Massimo Auci, dall’universo alla memoria: “La narrativa è la mia risposta all’odio”

Massimo Auci, dall’universo alla memoria: “La narrativa è la mia risposta all’odio”

Con Il tempo di Natan, Massimo Auci porta il lettore dentro una storia che attraversa alcune delle ferite più profonde del Novecento e del nostro presente: la Shoah, la guerra in Bosnia, il Medio Oriente, l’odio etnico, l’intolleranza religiosa e il ritorno dell’antisemitismo.

Il romanzo non nasce come saggio storico, né come pamphlet politico, ma come opera narrativa costruita intorno al destino di Natan, personaggio segnato dalla memoria, dalle radici familiari e dagli eventi tragici che hanno attraversato l’Europa e il Mediterraneo. Auci, fisico di formazione e scrittore per necessità interiore, affronta nel libro il tema dell’identità ebraica, dell’universalità del dolore e della responsabilità della memoria.

In questa intervista l’autore racconta la genesi del romanzo, il rapporto con Primo Levi, il peso della documentazione storica, i viaggi in Bosnia e in Israele, ma anche le difficoltà del mondo editoriale contemporaneo per chi prova a pubblicare un’opera complessa, fuori dalle mode e dalle scorciatoie del mercato.

“Il tempo di Natan” è stato definito una riflessione sull’identità ebraica. Lei è ebreo?

«No, non sono ebreo in senso religioso, anche se tra i miei avi c’è un ramo di origine ebraica. Sono però molto legato alla storia e alla cultura ebraica e conosco abbastanza bene Israele da poter avere una mia opinione sulla situazione politica attuale.

Questo legame speciale con l’ebraismo mi ha portato a incontrare molte vite differenti e ad ascoltare numerose storie. È un bagaglio di esperienze che ha sicuramente contribuito alla scrittura del romanzo, anche se non in modo determinante, se pensiamo che il nucleo centrale della narrazione si sviluppa durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina.

Se parliamo de *Il tempo di Natan* come di una riflessione sull’identità ebraica, non vorrei che qualcuno pensasse che io sia voluto salire in cattedra. La riflessione sull’identità ebraica emerge naturalmente nel romanzo, dai dialoghi e dal carattere dei personaggi. *Il tempo di Natan* non è e non vuole essere un saggio sull’ebraismo. È piuttosto un urlo di disperazione contro l’odio etnico, contro l’intolleranza religiosa, contro un’umanità che odia e distrugge un’altra umanità».


Il tema dell’universalità del dolore è esplicitamente presente nei materiali promozionali. Come si evita che diventi un’astrazione?

«Come ho detto, questo romanzo non è un saggio. Nasce da realtà storiche inconfutabili: la Shoah, l’eccidio di Sabra e Shatila in Libano, la guerra di Bosnia, la quotidianità del terrorismo in Israele, la violenza dei coloni israeliani sulla popolazione araba in Cisgiordania, l’attacco palestinese del 7 ottobre 2023 in Israele.

Tutto questo non è astrazione. È puro dolore».


La Bridge Theory propone un approccio elettromagnetico unificato alle interazioni fondamentali. C’è qualcosa di quella visione “unificatrice” anche nel romanzo?

«Direi senza dubbio che sono due ambiti molto differenti, che non si influenzano affatto. Tuttavia, senza dire troppo perché rischierei di rivelare elementi importanti sulla storia del protagonista, il libro, nella sua crudezza quasi giornalistica, propone un’idea e offre una speranza per il futuro del Medio Oriente.

Se vuole, questa speranza che nasce dal basso, dalle persone che soffrono, può essere considerata, in politica internazionale, una visione unificatrice».


Primo Levi è una presenza inevitabile quando si parla di memoria, Shoah e identità ebraica. Quanto ha pesato la sua opera nella gestazione del romanzo?

«Questa è una domanda interessante. È vero che molto spesso, per chi decide di scrivere un romanzo, esiste una musa ispiratrice. In questo caso, però, quando ho deciso di scrivere *Il tempo di Natan*, non ho pensato a chi ispirarmi, né tantomeno a Primo Levi.

Molti anni fa, quando studiavo ancora all’università, per compensare la quantità di libri di matematica e fisica con cui avevo a che fare ogni giorno, nacque in me la necessità di leggere romanzi. Avevo bisogno di leggere come un assetato ha bisogno di bere.

In quegli anni ho letto veramente tanto: dai classici italiani a Pavese, Calvino, Moravia, Dostoevskij, Gogol, solo per citare una minima parte degli autori di cui ho letto l’opera completa. Ovviamente non poteva mancare Primo Levi, di cui ho letto tutta l’opera e che ho avuto anche il privilegio di conoscere.

Credo che *Se questo è un uomo* sia il romanzo principe di Primo Levi, un libro che chiunque della mia generazione deve aver letto. La Generazione Z, ma anche le prossime generazioni, hanno e avranno il dovere morale di cimentarsi con l’opera di Primo Levi e soprattutto di capirla, cosa non facile. È un’opera nata dal dolore condiviso di un’intera generazione e dall’incapacità dello stesso autore di comprendere il perché di tanto odio nel disegno divino.

Proprio l’incapacità di comprendere l’odio degli uomini verso altri uomini mi ha spinto a scrivere questo romanzo. Solo ora che lei mi fa questa domanda, però, realizzo che forse proprio l’opera di Primo Levi ha innescato in me quel processo che, molti anni dopo, mi ha portato ad avere la necessità di scrivere “Il tempo di Natan”».


Quali sono stati i libri che l’hanno aiutata di più nella scrittura del romanzo?

«Direi che non mi sono basato su letture specifiche per la scrittura del romanzo, ma piuttosto su esperienze personali vissute in Bosnia, in Israele e, sotto certi aspetti, anche in Italia.

Se c’è un libro di storia che ha contribuito in parte non tanto alla scrittura del romanzo, quanto alla mia cultura storica, e che può aver avuto qualche influenza, è *Gerusalemme! Gerusalemme!* di Dominique Lapierre, una narrazione magistrale delle aspre lotte tra arabi ed ebrei per la conquista di Gerusalemme».


Ha scritto il romanzo in modo lineare o ha rimaneggiato molto la struttura?

«Ho iniziato a scrivere il romanzo nel 2014 e l’ho scritto in modo lineare, poco per volta, nei momenti liberi. In realtà lo avevo già progettato nei minimi particolari da tempo, quindi ho seguito quel progetto. L’ho poi rivisto durante le riletture, aggiungendo o togliendo alcuni passaggi e inserendo descrizioni dove mi sembrava troppo asciutto.

Nel 2019, durante il mio viaggio in Bosnia, ho fatto molti sopralluoghi per essere il più fedele possibile alla realtà storica che già conoscevo bene. Ho parlato con persone, ho visto documentazioni, ho cercato di capire. Questa attività ha richiesto una revisione del manoscritto, perché vedere di persona gli effetti di una tragedia che avevo seguito in televisione e sui media, e non solo con l’immaginazione dello scrittore, mi ha prodotto un blocco. Non mi ci ritrovavo più.

A volte succede che la realtà superi la fantasia, e così è stato.

Poi è arrivato il 7 ottobre 2023. Quell’episodio terribile e tutto ciò che è seguito mi hanno nuovamente bloccato. Il finale del romanzo non si incastrava più. Leggevo le notizie sui media israeliani, sentivo gli amici e, contrariamente a quanto avrei mai potuto immaginare, vedevo crescere in Italia, in Europa e in tutto il mondo un antisemitismo inspiegabile.

Si può essere contro un governo, contro una politica, ma cosa c’entrano le persone? Non ho potuto ignorare quello che stava accadendo. Ne ho necessariamente dovuto tenere conto. Quindi sì, in particolare quest’ultimo dramma ha richiesto una revisione completa, per riallineare la contemporaneità dell’opera con la realtà quotidiana».


Ha insegnato Fisica all’Università di Torino. Quanto conta Torino nel suo immaginario?

«Sì, per un periodo della mia vita ho insegnato Fisica Sperimentale alla Facoltà di Chimica e ho fatto ricerca in fisica della radiazione cosmica presso il Dipartimento di Fisica Generale dell’Università di Torino.

Se parliamo di Torino come città, le sono molto affezionato. La amo molto, anche se sono nato a Roma, una città che nei miei ricordi infantili occupa e occuperà sempre un posto speciale. Per il resto posso dire di essere cresciuto a Torino.

Del periodo trascorso presso il Dipartimento di Fisica Generale ho ricordi bellissimi: docenti eccezionali, colleghi e amici, molti dei quali oggi non ci sono più. Mi hanno insegnato tanto e, soprattutto, mi hanno permesso di imparare moltissimo. Posso dire di aver imparato “sul campo” a fare ricerca, non solo in ambito sperimentale, ma anche in quello teorico, pur non essendo io un fisico teorico. È un’attività di ricerca che ho potuto continuare a svolgere anche quando sono uscito bruscamente dall’università.

Torino, dunque, nei miei ricordi, nella mia vita e nella mia formazione universitaria conta moltissimo. E se parliamo di letteratura, proprio la Facoltà di Chimica, nell’aula Amedeo Avogadro dove ho insegnato, ha ospitato uno dei più grandi scrittori del nostro tempo: Primo Levi».

Il romanzo si colloca nella collana “Nuove Voci Strade” di Albatros. Come è nata la collaborazione con l’editore?

«Questo, se vuole, è un punto dolente dell’editoria contemporanea.

Prima di questo romanzo, nel 2014, ho scritto un altro libro, un noir intitolato *La casa delle tartarughe*. Allora ero davvero un esordiente in campo letterario. Inviai il manoscritto a decine di case editrici e solo pochissime mi risposero positivamente sul romanzo, ma negativamente sulla possibilità di pubblicarlo, perché fuori ambito o fuori budget.

Decisi allora di inviarlo a un concorso letterario che trovai sul web. Lo superai e ricevetti tre proposte da altrettante case editrici, tra cui Albatros. Tutte prevedevano la pubblicazione del romanzo a fronte di una collaborazione attiva, con varie attività promozionali anche a carico dell’autore. All’epoca conoscevo molto poco quel settore dell’editoria e, abituato a pubblicare articoli scientifici su riviste a costo zero, la cosa mi sembrò strana. Rifiutai.

Non trovando altri editori, tentai la strada del self-publishing e, tutto sommato, ne fui abbastanza soddisfatto. *La casa delle tartarughe* ebbe però pochissima pubblicità: è tuttora nei cataloghi online, ma non ha avuto presentazioni ed è acquistabile su ordinazione, senza essere presente fisicamente nelle librerie.

Quando terminai *Il tempo di Natan*, pensai che questa volta avrei dovuto seguire la strada maestra. Feci nuovamente lo stesso iter: inviai il romanzo a decine di case editrici e attesi. Dopo un mese mi rispose Albatros. Attesi ancora, ma a tutt’oggi non ho avuto altre risposte.

Feci alcune ricerche sul web e mi accorsi che, per un esordiente, è davvero difficile pubblicare. Se conosci qualcuno e hai le solite raccomandazioni forse ce la puoi fare; se hai tempo da attendere, anche anni, forse ce la puoi fare; se scrivi ciò che vogliono loro, forse ce la puoi fare. Diversamente, pubblicare il romanzo che vuoi tu è veramente molto difficile.

Anche questa volta Albatros asseriva di aver letto il romanzo e di ritenerlo pubblicabile nella collana “Nuove Voci Strade”. Oltre alla pubblicazione, offriva una serie di servizi promozionali che, devo dire, almeno per gli esordienti, le altre case editrici non offrono. Anche in questo caso l’autore doveva compartecipare in minima parte al progetto editoriale, scommettendo su sé stesso.

Quando mi stancai di attendere proposte da altre case editrici che non arrivavano, li sentii telefonicamente e ne ebbi una buona impressione. Fino a oggi hanno fatto il loro dovere di casa editrice. Ho avuto con il loro staff molti contatti, sono stati sempre attenti alle mie esigenze, hanno curato con molta attenzione la pubblicazione fisica e anche la pubblicità necessaria per far conoscere il romanzo sembra iniziare a funzionare».


Dalle parole di Massimo Auci emerge il ritratto di un romanzo nato da una lunga sedimentazione personale, culturale e storica. *Il tempo di Natan* non cerca scorciatoie consolatorie e non usa la Storia come semplice fondale narrativo. La attraversa, invece, come una materia viva e dolorosa, capace di interrogare il presente.

La vicenda di Natan diventa così il punto di incontro tra memoria e attualità, tra identità individuale e tragedie collettive, tra la Shoah e le nuove forme dell’odio che ancora oggi attraversano l’Europa e il Medio Oriente. Auci non offre risposte semplici, ma pone una domanda radicale: come può l’umanità, dopo aver conosciuto l’abisso, continuare a ripetere gli stessi meccanismi di intolleranza, violenza e disumanizzazione?

Il romanzo nasce proprio da questa inquietudine. E forse la sua forza sta qui: nel ricordare che il dolore non appartiene mai a un solo popolo, a una sola epoca o a una sola geografia. È universale, concreto, storico. E per questo chiede di essere raccontato senza retorica, ma anche senza indifferenza.

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